Giornata Sopravvissuti al Suicidio

 

GIORNATA SOPRAVVISSUTI AL SUICIDIO

Venerdì 22 Novembre 2019
Sala Anziani, Padova, h. 9.00 – 13.30

 

 

     ORFANI SPECIALI, VITTIME INVISIBILI
  Bambini e adolescenti in lutto per violenza familiare

 

 

 

Saluto delle autorità
Relatrice: Dott.ssa Anna Barzon

Il 25 Novembre ricorre la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e parlare degli orfani delle vittime di femminicidio entra a gamba tesa sul tema. Significa parlare di un argomento quasi del tutto trascurato e, di conseguenza, anche i servizi necessari risultano inesistenti, seppur indispensabili. Qui ci troviamo nella casa comunale e la domanda che sorge spontanea è: che cosa può fare oggi come oggi un Comune? Un’istituzione locale può lavorare nell’ambito della prevenzione, quindi contro la violenza sulle donne. Per questo motivo in queste settimane ci sono diversi eventi dedicati a questo tema. Il Comune ha il compito di incentivare tutte le iniziative deputate a un cambiamento culturale che risulta molto complesso e difficile. Ad esempio, se guardiamo i libri di scuola delle elementari spesso le bambine vengono rappresentate con le bambole e i bambini devono invece dimostrarsi forti fin da subito. Ci dimentichiamo che una nostra italiana, la Cristoforetti, è andata in orbita, è un’astronauta. È necessario un grandissimo lavoro in ambito culturale, per trasformare il nostro approccio verso il mondo. La legge che riguarda gli orfani delle vittime di violenza non è ancora stata finanziata in modo adeguato. Questo è uno dei problemi. Un altro problema riguarda la creazione di un lavoro in rete in grado di affrontare le diverse e numerose problematiche connesse alla violenza sulle donne.

Moderatrice: Dott.ssa Francesca Visentin

Orfani speciali, vittime invisibili. È il titolo che ha scelto la De Leo Fund per trattare, confrontarsi e sensibilizzare su un tema importantissimo e poco discusso come quello di oggi. Il mese di Novembre vede celebrarsi, a pochi giorni di distanza, la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne e la Giornata Internazionale per i Sopravvissuti al Suicidio. Questo convegno ha avuto l’obiettivo di mettere insieme queste due ricorrenze proprio perché gli orfani di madri morte in modo violento come nel caso di femminicidio, ma anche per suicidio, lasciano nei bambini e negli adolescenti una disperazione e uno stato di confusione e incertezza assoluta.

Oggi gli esperti si confronteranno sulle tipologie di intervento psicologico-psicoanalitico di sostegno, spiegheranno che cosa significa per i bambini e per gli adolescenti trovarsi in questa situazione, mentre con le responsabili dei centri antiviolenza parleremo anche del modo in cui la legge dovrebbe sostenere gli orfani di femminicidio. Si tratta di una legge che ha quasi due anni, a cui mancano tuttavia i decreti attuativi per poter sbloccare i finanziamenti. È una legge di cui nessuno si è ancora preoccupato di stabilire a chi siano destinati questi soldi, con che criteri e da quando. Il risultato è che oggi questi bambini e adolescenti, minori nella maggioranza, si trovano non solo nel caos dal punto di vista delle istituzioni, dei servizi sociali, ma non hanno alcun tipo di sostegno economico per portare avanti la loro vita. Ed è una vita che purtroppo comporta percorsi di sostegno e di aiuto, con costi molto elevati. Lascio adesso la parola al Professore de Leo, che introdurrà più nello specifico i lavori di questa giornata.

Introduzione al tema
Relatore: Professore Diego De Leo

Con De Leo Fund offriamo supporto alle persone che hanno subito un lutto traumatico, siano piccole, giovani, adulte o anziane, persone che non contattano l’associazione una volta sola ma diventano assistiti, accompagnati nel loro processo di lutto anche per molti anni. L’associazione è aperta a tutti coloro che hanno subito un lutto traumatico, e con questo termine s’intendono le morti per omicidio – il tema di oggi – le morti per suicidio, le morti per incidenti stradali, le morti per incidenti sul lavoro, le morti per catastrofi naturali. Tutto questo fa parte della routine assistenziale di De Leo Fund.
Il tema di oggi si colloca tra tre eventi internazionali. Il 20 Novembre è stata la Giornata dei bambini che hanno subito violenza; il 25 delle donne che hanno subito violenza; il terzo sabato del mese di novembre è la giornata internazionale dei sopravvissuti al suicidio, per ricordare quanto un evento suicidario non si limiti al fatto di per sé, alla perdita di una persona, ma abbia conseguenze che si trascinano nel tempo per chi soffre la perdita di un proprio caro.

Il rischio risiede nell’emulazione del comportamento soprattutto da parte dei giovani, che sono particolarmente vulnerabili, oppure delle persone anziane, di chi soffre di qualche disabilità e di impoverimento funzionale, che diventano individui a rischio di raccogliere questo messaggio. Esiste la morte autoindotta, quindi una possibile soluzione a un problema esistenziale ritenuto insostenibile e senza speranze di cambiamento.

Dunque oggi questa giornata si colloca all’interno di questo tripode di eventi internazionali, e il tema di cui ci occupiamo, gli orfani speciali, è fondamentale perché riguarda persone che hanno bisogno di un’assistenza particolare, di attenzioni speciali. Non solo, questi orfani presentano problemi speciali e hanno spesso un futuro speciale, nel senso che è un futuro molto complicato, difficile, e frequentemente non felice.

Nella mia pratica clinica mi è capitato diverse volte di avere persone, diventate adulte, che hanno subito la morte della madre assassinata dal padre, e questo le ha trasformate, anche a distanza di molti anni dall’evento, in persone che portano avanti una sofferenza molto importante, che spesso impedisce loro di sentirsi adattabili a un mondo troppo violento, troppo difficile. Vi è una serie di aspetti particolari dovuti a processi che spesso attraggono l’attenzione dei media, e quindi vengono “glamourizzati” con ulteriore danno, con una vittimizzazione secondaria di queste giovani persone, che attraversano un iter legale spesso interminabile. Vengono interrogati, vengono loro poste questioni cui spesso non sanno rispondere se non con grande difficoltà, e di cui temono le conseguenze per loro stessi. Sono individui che per legge vengono affidati fino a parenti di quarto grado, nell’ipotesi che esista una qualche familiarità con questi parenti. Spesso i parenti sono così lontani da non avere alcuna reale conoscenza di questi superstiti e dei loro eventi di vita. E poi si entra in un processo di affidamento legale assai difficile. È un tema molto complesso, in un’Italia pesantemente dilaniata e colpita da gestioni iper-burocratiche quindi un paese che galleggia con molta difficoltà e che fa fatica veramente ad andare avanti.

Un altro dei problemi è la necessità di formare le persone all’assistenza, del tutto particolare in quest’ambito. Risultano fondamentali programmi di educazione, di training, di sensibilizzazione a questo tema la cui rarità è questionabile. La dimensione statistica si accompagna comunque a drammi personali che poi proseguono nel tempo con le loro conseguenze pressoché indelebili.

 

Moderatrice: Dott.ssa Francesca Visentin

A proposito di numeri, entriamo nel vivo del discorso con le responsabili dei centri antiviolenza che si occupano in prima persona della violenza contro le donne e delle conseguenze sui bambini che restano. Mariangela Zanni e Sara Pretalli ci illustreranno il progetto Switch Off. Si tratta di uno studio che prende in esame gli orfani speciali, non solo vittime di un lutto tremendo ma spesso anche testimoni dei femminicidi. Negli ultimi cinque anni circa cinquecentomila bambini e minori si sono trovati a vivere questa condizione, costretti a subire a loro volta la violenza.

 

La tutela degli Orfani Speciali: il progetto Switch Off

Relatrici: Dott.ssa Mariangela Zanni e Dott.ssa Sara Pretalli

Relatrice:Dott.ssa Mariangela Zanni

Parlare di orfani speciali e di violenza assistita al giorno d’oggi, per la maggior parte delle volte, è esclusivo appannaggio dei centri antiviolenza o di chi si occupa specificatamente di violenza maschile contro le donne. Farò solamente una breve introduzione sui centri antiviolenza e sulla rete dei centri antiviolenza in Italia.

Nel nostro paese esiste una rete di ottanta centri, di cui fa parte la cooperativa ISIDE in Veneto, il Centro Veneto Progetti Donna di Padova e Belluno Donna. Si tratta di una rete di centri antiviolenza privati, nati dal movimento femminista degli anni ‘80 e portati avanti da donne. È molto importante citare alcuni dei centri antiviolenza che afferiscono alla rete DIRE, che si differenzia dai centri antiviolenza pubblici e gestiti da comuni o istituzioni. L’obiettivo principale dei centri antiviolenza della rete DIRE è quello di portare un cambiamento culturale rispetto al fenomeno della violenza maschile sulle donne. Una trasformazione culturale attraverso non solo un sostegno alle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, ma anche attraverso una serie di attività che possiamo chiamare di prevenzione e di sensibilizzazione ma anche di formazione.

Dal punto di vista dell’accoglienza noi offriamo supporto psicologico, consulenza legale, sostegno alla genitorialità e aiuto anche nei casi di emergenza o di fuga, per donne che sono costrette a scappare da casa, spesso con i loro bambini. Le operatrici svolgono professioni diverse come psicologhe, avvocati e assistenti sociali. Uno degli obiettivi principali consiste nel restituire la responsabilità della violenza a chi la sta agendo e non a chi la subisce. Questo passaggio risulta fondamentale perché molto spesso, attraverso i media, le donne vengono colpevolizzate e additate per la violenza che hanno subito.

I centri antiviolenza hanno bisogno di moltissime risorse, servizi, strutture e finanziamenti, perché offrono un servizio h24 di reperibilità. Purtroppo i finanziamenti sono bloccati o arrivano in ritardo. A livello nazionale, sappiamo che nei centri antiviolenza arrivano all’anno all’incirca dalle 40 alle 50 mila donne. 20 mila solo nei centri antiviolenza della rete DIRE. A Padova i dati di quest’anno dei primi dieci mesi sono di 858 donne con 660 bambini e bambine, la maggior parte di queste vittime di violenza assistita. Stiamo parlando di numeri importanti, di bambini che purtroppo non vengono presi in carico dai servizi. Come centro antiviolenza purtroppo non abbiamo la possibilità di seguirli perché il padre, che spesso esercita ancora la potestà, non permette noi di attuare un supporto specifico a questi bambini. Parlare di orfani speciali per noi vuol dire parlare di violenza assistita, perché questi orfani speciali nella loro vita sono anche vittime di violenza assistita e sappiamo bene come il femminicidio è solo l’ultimo atto di una violenza che viene perpetrata spesso per molti anni dentro le famiglie.

 

Relatrice: Dott.ssa Sara Pretalli

La ricerca “Switch Off” è stata condotta alcuni anni fa e ha permesso di entrare in contatto con gli orfani speciali e di parlare con loro. Questi bambini sono orfani speciali perché la loro perdita è avvenuta a causa di un fatto traumatico. Molto spesso il papà, o il compagno della madre, ha ucciso la loro mamma. Questo progetto di ricerca nasce dall’idea della Professoressa Costanza Baldry. Dopo una lettura sul New York Times, che trattava il tema degli orfani delle Torri Gemelle, la Baldry ha iniziato a condurre delle ricerche interrogandosi sulla fine che avessero fatto gli orfani delle donne uccise. Il progetto nacque nel 2012 e si concluse nel 2014, con un successivo prolungamento fino al 2015.
Il primo obiettivo fu quello di prendere in esame i casi di femminicidio in Italia per descrivere quello che era successo prima, durante e dopo l’omicidio della donna, soprattutto in relazione ai figli. Si è posta l’attenzione anche a cosa fosse successo prima dell’omicidio per femminicidio. Molto spesso le donne erano state uccise nel momento in cui si erano allontanate: la separazione è spesso un momento delicatissimo, come emerge da varie ricerche. Se fino a quel momento l’uomo aveva il controllo sulla donna, quando la donna si separa, l’uomo cerca di riprendere il controllo sulla persona con un atto estremo che si concretizza in un omicidio.

Il secondo obiettivo era di capire cosa fosse successo nello specifico iter di violenza e di raccogliere in particolare i bisogni degli orfani. Infine, si è cercato di tracciare delle linee guida che potessero essere utili per una migliore gestione dei casi. Sono stati analizzati 71 casi di femminicidio e sono stati intervistati 142 orfani o i loro caregiver. Questo campione non viene considerato rappresentativo dal momento che non esistono, ad oggi, dei database con i casi di femminicidio e degli orfani speciali.

Inizialmente sono state considerate alcune ricerche fatte dalla regione Emilia-Romagna, dall’Università degli Studi di Napoli e anche dai dati della trasmissione televisiva “Amore Criminale”. La metodologia utilizzata era di origine qualitativa e quantitativa. Sono state somministrate interviste strutturate con gli orfani maggiorenni, con i loro affidatari e con gli assistenti sociali, questo perché era importante intervistare chiunque fosse entrato in contatto con quell’ambiente.

La possibilità di entrare in comunicazione con questi orfani è stato forse uno degli scogli più grandi della ricerca: sono stati contattati attraverso lettere, contatti di Facebook, ogni operatrice ha adottato un proprio metodo. Una volta stabilito il contatto, vi era la possibilità della negazione o il consenso all’intervista. Numerosi fattori hanno inciso sulla possibilità di voler partecipare o meno alla ricerca: gli orfani spesso non avevano più voglia di parlare dell’evento traumatico, mostravano diffidenza nei confronti della ricerca pur presentandola come uno studio nazionale, vi erano dei no da parte degli affidatari che volevano proteggere i minorenni. Altri invece non vedevano l’ora di parlare con noi, di avere uno spazio in cui raccontare che cosa fosse successo. Le interviste sono state svolte in ogni luogo e con ogni orfano è stato trovato il posto più adeguato e potevano andare dalle due alle quattro ore.
Il primo obiettivo è stato quello di fotografare le modalità in cui era avvenuta la violenza. Successivamente sono stati utilizzati due questionari: il primo per indagare le competenze sociali, i problemi emotivi e comportamentali del soggetto, mentre il secondo ha permesso di tracciare un profilo psicologico. Questi strumenti sono stati utilizzati per conoscere in termini numerici la salute di questi orfani e quali fossero le sintomatologie più frequenti.

Di seguito vi riporto alcune suggestioni rispetto alle parole raccolte.
Un bambino di quattro anni ha assistito all’omicidio della mamma e poiché i nonni continuavano a dirgli che la mamma si era allontanata, a loro insaputa aveva inventato il gioco dell’acquario che consisteva nel gettare nella lavatrice la tartaruga prima che venisse azionata. Un altro bambino di sei anni si trovava nella cameretta quando i genitori hanno cominciato a litigare e dopo essersi svegliato dalle urla è tornato in salotto e il padre per allontanarlo lo ha spinto con forza facendogli sbattere la spalla con conseguenti dieci giorni di prognosi. Questo non è l’unico caso. C’è stato anche un ragazzo adolescente che era stato colpito dal padre fino ad avere il volto compromesso. Una bambina di undici anni era stata chiusa in camera dal padre insieme al fratellino per non intervenire e si era svegliata per le urla e dopo l’evento continuava a sognare di aprire la porta per salvare la madre. Un’altra ragazza invece di 15 anni raccontava come avesse sempre questo pianto inconsolabile.

Le conseguenze psicosociali su questi bambini orfani comprendono paure e ansie per quando il padre sarebbe uscito dal carcere. Molti orfani erano stati allontanati, spesso i tempi di arresto non sono così lunghi e i padri dopo 14/15 anni escono, per questo motivo molti orfani hanno cambiato anche la propria residenza. Ho incontrato diversi casi in cui avevano progettato di andare via dallo stato italiano. Questi bambini avevano paura dei fantasmi, dei mostri e di essere rapiti. Presentavano anche ricordi intrusivi di quanto successo, anche un semplice gioco poteva rievocare in loro l’evento. Molti soggetti presentavano disturbi del sonno, comportamenti aggressivi come rabbia, scoppi di pianto, urla, comportamenti distruttivi, fantasie di vendetta, comportamenti autolesionisti. Altri sintomi comuni possono essere: stati di umore negativi, sentimenti depressivi, senso di colpa, vergogna soprattutto negli orfani grandi, il senso di non aver fatto qualcosa per aiutare la mamma, la passività, l’indifferenza, non avere più un senso nel fare le cose, le regressioni, l’enuresi, l’ansia da separazione nei bambini.

Per gli orfani minorenni l’evento porta alla disgregazione di un nucleo familiare ma anche un radicale cambiamento di vita. Molti degli orfani minorenni hanno cambiato casa, scuola, a volte anche città, in alcuni casi i fratelli sono stati affidati allo stesso nucleo familiare ed altre volte sono stati divisi. L’affidamento dipende dal giudice tutelare che nomina un tutore cercando innanzitutto tra i membri della famiglia quello più adatto e alcuni di loro sono stati accolti dalle famiglie materne. Ci sono delle situazioni in cui il bambino viene affidato ai nonni paterni e per assurdo il padre dal carcere può chiamare a casa e parlare con il bambino. Per questo motivo è stata introdotta tra le linee guida la sospensione della responsabilità genitoriale, perché il maltrattante che chiama a casa e dice al bambino delle cose in merito all’evento, può essere molto confusivo, perché può raccontare delle verità diverse. Spesso la famiglia materna si trova ad affrontare il lutto e non sempre viene seguita e sostenuta nell’affrontare la perdita e nel prendersi cura del bambino.

Inoltre non è da sottovalutare la profonda difficoltà in questi orfani speciali dovuta all’impotenza vissuta di fronte a qualcosa che non comprendono fino in fondo. Ne consegue un’incapacità ad acquisire le informazioni e per questo motivo devono essere guidati rispetto alla spiegazione della morte della mamma. In molti casi non è stato detto che la mamma fosse morta, tuttavia sappiamo bene come i bambini abbiano bisogno di sentire la verità e quanto possano essere disastrose le conseguenze della scoperta del femminicidio appresa “per caso” dai giornali, da internet, dai social, dai compagni di classe. Non si può dire che la mamma “è andata via”, questo potrebbe creare dei fantasmi nel mondo interiore del bambino potenzialmente distruttivi per la sua sopravvivenza psichica. Per questo motivo risulta necessario avere figure preparate che accompagnano l’affidatario a spiegare la realtà.

Per quanto riguarda gli adolescenti, hanno degli aspetti peculiari, per cui sono più consapevoli e hanno forse più risorse per sopravvivere, seppure nel dolore, tuttavia anche loro hanno delle esigenze, delle modalità di reagire al dolore, come nasconderlo oppure andare verso comportamenti devianti. Sono stati riscontrati degli aspetti comuni nel modo di vivere quest’esperienza per questi ragazzi la cui madre è stata vittima di femminicidio. Alcune volte possono venire a sapere dell’evento a scuola, dalla televisione, e spesso questo racconto può avvenire prima che qualcuno abbia parlato con loro. Per questo motivo è fondamentale prendersi cura del contesto scolastico, dei luoghi che frequentano gli orfani.

Un altro aspetto comune è connesso al divenire figli del femminicidio, ovvero figli di quella mamma uccisa e di quel papà che ha ucciso. Questo comune denominatore conduce i ragazzi a un senso di solitudine dinnanzi alle istituzioni, dal punto di vista economico, pratico e psicologico. Dopo un evento del genere, questi ragazzi si trovano a gestire l’organizzazione di un funerale, di un trasloco, degli aspetti legali e finanziari legati alla morte di un genitore e all’incarcerazione dell’altro. Una figura che intervenga dal primo momento per guidare l’intervento con gli orfani diviene essenziale.

Non solo, anche le famiglie affidatarie necessitano di essere sostenute, spesso i familiari si trovano loro stessi in serie difficoltà economiche e psicologiche, è importante aiutarli per trovare le parole giuste non solo per raccontare quanto è accaduto alla madre ma anche per spiegare dove si trovi il padre.

In sintesi, le problematiche riscontrate sono: un grande senso di solitudine, il bisogno di avere dei punti di riferimento, un forte senso di abbandono e un grandissimo bisogno di sicurezza, un’assenza di informazioni adeguate, una difficoltà nell’accettare un percorso terapeutico se questo non avviene nel tempo giusto, difficoltà e problemi economici che sono stati riscontrati in quasi tutti gli orfani intervistati. Un altro aspetto da tenere a mente è che i bisogni degli orfani sono dinamici e quindi si modificano nel tempo soprattutto nei minorenni che stanno attraversando la fase evolutiva. In questo senso gli orfani speciali, spesso stigmatizzabili, hanno bisogno di attenzioni speciali e di risposte speciali.

Dalla ricerca sono emersi i seguenti punti che riassumono quanto è necessario mettere in atto per questi bambini e giovani uomini: istituire un fondo economico nazionale per gli orfani; prevedere una norma che allo scadere della pena garantisca l’allontanamento dall’autore del femminicidio dai luoghi frequentati dagli orfani; consentire che la pensione di reversibilità della mamma deceduta sia riconosciuta ai figli e non al coniuge, al fine di dare un pieno sostegno economico ai bambini rimasti orfani; ridurre i tempi processuali al fine di alleviare le sofferenze dei figli e della famiglia in senso ampio; azzerare le spese legali per questo tipo di omicidio; consentire agli orfani vittime di femminicidio la possibilità di cambiare il proprio cognome; accogliere sin da subito i bambini che hanno assistito all’ uccisione della propria madre in luoghi protetti, sicuri e lontani dalla violenza; lavorare per costruire il nuovo nucleo familiare che dovrà preferibilmente essere costituito dai parenti più prossimi che hanno già consolidato relazioni affettive con il minore; evitare di imporre incontri tra il minore orfano di femminicidio e il padre, per garantire al minore che versa in una condizione psicologica particolarmente grave un’adeguata tutela ed assistenza.

Inoltre, per il bene dei bambini possiamo imporre nell’immediato la sospensione della responsabilità genitoriale, predisponendo azioni altamente specialistiche; tutelare economicamente gli orfani di femminicidio; includere nei percorsi di assistenza specialistica gli affidatari dei minori; coordinarsi con tutti i soggetti coinvolti per garantire al minore un percorso di sostegno altamente qualificato.

 

L’esperienza del Centro Antiviolenza di Milano
Relatrice: Dott.ssa Laila Micci

Oggi vi riporto l’esperienza del soccorso di violenza sessuale domestica dell’Ospedale Mangiagalli di Milano. Il soccorso di violenza sessuale domestica nasce nel 1996 ad opera della dottoressa Kustermann, all’interno del policlinico di Milano, in un contesto molto diverso da un centro antiviolenza classico. La dottoressa Kustermann è una ginecologa che insieme ad altre sue colleghe ha deciso di affrontare il problema della violenza sessuale in un modo diverso. Ha aperto un centro specialistico dove le donne non venivano più accolte in un normale pronto soccorso, ma in una stanza riparata con delle operatrici delicate, che non usavano il camice. L’obiettivo era avere un approccio donna-donna sulla violenza sessuale. Da questo impegno, è nato nel 2007 il soccorso di violenza domestica. L’idea iniziale era quella di intercettare la vittima dentro il pronto soccorso, perché le donne maltrattate accedono ai servizi sanitari con una frequenza quattro/cinque volte maggiore rispetto alle donne non maltrattate. Questo significa che ad un certo punto la donna arriverà in pronto soccorso, spesso con i propri bambini.

L’esperienza nata nel 2007 ha fatto progressi anche nell’ambito politico e grazie alla molta informazione svolta è stato possibile delineare delle linee guida nazionali che prevedono un percorso articolato per le donne vittime di violenza. Ad oggi ogni pronto soccorso italiano dovrebbe averne uno. Il primo passo all’interno di questo pronto soccorso è stato quello di formare gli operatori, spesso anche il medico può non accorgersi di una violenza domestica. Bisogna inizialmente dare gli “occhiali” per riconoscere e poi gli strumenti per intervenire, perché il rischio è che un medico preferisca delegare quegli aspetti ad altri momenti. Risulta importante invece intervenire in pronto soccorso, perché è qui che la donna inizia una fase particolare della sua storia di violenza. Spesso accede al pronto soccorso arrabbiata, quando si è verificato un episodio che, a differenza delle altre volte, la spinge a rivolgersi a questo servizio. È in quel momento che noi possiamo cercare di intervenire. Le linee guida indicano che il percorso, per le donne che subiscono violenza, dovrà garantire una tempestiva e adeguata presa in carico delle donne e dei minori. In questa parte fondamentale del percorso è necessario l’operato di persone esperte nella refertazione, svolta dal medico legale insieme all’assistente sociale, che verrà utilizzata per il procedimento penale. Vi è inoltre l’intervento di tipo sanitario e tecnico che comprende l’aspetto ginecologico.

In un secondo momento, con gli avvocati si costruisce il progetto per la donna che vuole uscire dalla violenza. La parte più importante è la valutazione del rischio. Per prevenire il femminicidio bisogna valutare il rischio di recidiva, cioè capire quanto la donna sia in una situazione di pericolo e di conseguenza saperlo gestire. Il servizio ha un orario di apertura dalle 8:30 alle 19:00 e il sabato dalle 9.30 alle 14.00. È sempre presente nel servizio, una parte sanitaria e una parte psicosociale. La reperibilità è h24, 365 giorni all’anno. Il servizio è nato nel 2007 all’interno della rete antiviolenza del comune di Milano, in cui ognuno veniva istruito per avere una funzione diversa: il nostro compito era quello di gestire l’emergenza.

Dal 1996, in cui c’erano pochissimi casi di violenza sessuale, si è arrivati ad avere 1030 casi nel 2018 ovvero una media di tre donne al giorno, che si rivolgono al centro tramite pronto soccorso o su appuntamento. Sono 544 i casi di violenza domestica, 445 per violenza sessuale e 37 casi di violenza sessuale all’interno della violenza domestica. La maggior parte sono ovviamente donne. 52 sono i casi di vittime di abuso o maltrattamento. Il policlinico è costituito anche da un pronto soccorso per i minori dove accedono spesso vittime di violenza assistita o di maltrattamento.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riporta che il 38% dei casi di donne uccise nel mondo avvenga a causa del partner o ex partner. Nel 2018 le donne uccise erano state 142. Nel 2017 erano 141. Dal 2000 ad oggi le donne uccise in Italia sono 3.330, di cui la maggior parte in ambito familiare. Il femminicidio è l’atto estremo di una serie di violenze e vessazioni che, spesso, sono conosciute nella maggior parte dei casi anche dalle persone attorno.
Uno dei primi casi che abbiamo avuto in pronto soccorso, riguardava una donna che era stata minacciata dal marito, e non era motivata a separarsi. Abbiamo cercato di lavorare con lei anche trattenendola in ospedale, per guadagnare un po’ di tempo affinché potesse rendersi conto della situazione e per farla sentire meno sola. Spesso queste donne vedono nei loro compagni maltrattanti delle persone onnipotenti che possono tutto, che gli toglieranno i figli, il lavoro, per questo motivo è importante trasmettere in maniera forte la nostra presenza. In questo caso la donna è stata ricoverata ed era decisa a fare la denuncia, a prendere i suoi bambini e ad andare dalla madre. Questo purtroppo non è stato possibile. Il partner, che era stato ricoverato nel reparto psichiatrico e inserito in una comunità per tossicodipendenti, l’ha accoltellata nel suo appartamento con la polizia fuori dalla porta. Questo episodio è successo tre mesi dopo l’apertura del nostro servizio.

Il tema del maltrattamento è molto recente, tantissimi servizi (nel comune di Milano), non hanno la formazione per lavorare in queste situazioni anche se sono deputati a farlo. Ad esempio, il Tribunale dei Minori spesso delega ai servizi sociali. Questo rende tutto molto complicato. L’impegno è quello di svolgere tanta formazione agli operatori dei servizi sociali e alle forze dell’ordine. È molto importante per tutte le figure professionali (medico di base, operatore sanitario, operatore sociale) saper individuare il fattore di rischio. È necessario che queste figure abbiano una mappa mentale delle situazioni di rischio in cui è necessario proteggere la donna e i minori.

In pronto soccorso viene usato il metodo SARA, al fine di comprendere il livello di rischio di recidiva e il rischio di omicidio. È un metodo canadese, portato in Italia dalla dottoressa Baldry, che cerca di sondare la possibilità di una recidiva. I momenti più rischiosi per fare una valutazione del rischio sono:
-situazioni in cui la donna ha manifestato il volere di terminare un rapporto, quindi che ha deciso di separarsi;
-quando la donna ha un’altra relazione e quindi vi sono contrasti per l’affidamento dei figli;
-se l’autore del reato viene scarcerato con la custodia cautelare;

La valutazione del rischio serve:
-a gestire il rischio, quindi a prevenire la recidiva;
-a proteggere la vittima;
– a evitare l’escalation;
-a prendere decisioni in ambito giudiziario.

Il rischio è estremo o letale se c’è:
-un tentativo di strangolamento o soffocamento;
-quando c’è la presenza di armi da fuoco;
-quando vi sono violente uccisioni di animali domestici di proprietà della vittima;
-se si parla di violenza assistita (davanti ai bambini).

Quando la donna arriva con il bambino, si cerca di lavorare con la madre per tutelare il figlio. La tendenza infatti è quella di considerare maggiormente la coppia e non i minori coinvolti. Aiutare la donna a prendere consapevolezza di ciò che sta succedendo alla prole, l’aiuta nella decisione di uscire dalla relazione. Con la nuova legge del codice rosso, la violenza assistita diventa un reato a sé stante, questo permette di considerare un eventuale segnalazione al Tribunale dei Minori, ma spesso la persona viene contatta per la valutazione dopo 5/6 mesi dalla segnalazione.

La nostra presenza nel pronto soccorso permette di parlare con il minore e fare una valutazione sanitaria per capire se è stato coinvolto in qualche modo nel maltrattamento. Tuttavia per avere la presa in carico si ha bisogno dell’autorizzazione del padre e questo non è possibile. Il Dangerous Assessment è uno strumento che consiste in 5 domande, tramite le quali anche il medico può rendersi conto di quanto è alto il rischio. I bambini trascurati vengono fatti sentire invisibili. Gli orfani speciali sono stati nell’80% dei casi vittime di violenza assistita.

Una caratteristica della violenza domestica nelle relazioni maltrattanti è proprio questa: la donna è completamente dentro la relazione, ha poco spazio per vedere il resto. I figli spesso sono ragazzini molto silenziosi che cercano di non farsi vedere, di non dare fastidio, perché a volte sono anche la causa dei litigi tra i genitori. Spesso si riscontra la totale negazione da parte della donna di ritenere che il proprio figlio assista o capisca quello che sta succedendo. Questo avviene perché nella relazione maltrattante l’uomo riesce a manipolare la donna, facendola sentire eccessivamente fragile. Tale negazione da parte della madre comporta una rottura nel legame di attaccamento con conseguenze disastrose nelle vite future dei loro bambini.

 

Violenza irreparabile: La perdita sostenibile al di là del lutto
Relatrice: Dott.ssa Vera Slepoj

Il tema di questo convegno è “invisibile” perché non esiste una vera presa di coscienza o una capacità concreta di creare un osservatorio per questo fenomeno.

Vi è una sconfitta della legge e di certe utopie ideali che la nostra società si è creata. Questo non significa invalidare la legge o ritenere che i centri antiviolenza non funzionino, non siano utili, importanti o fondamentali. L’autore del femminicidio rappresenta un’iconografia specifica dell’impossibilità di gestire la razionalità di soggetti che sono all’interno di una patologia affettiva e ideativa molto precisa. Dentro le grandi ossessioni di questo tipo di patologie, la legge, l’allontanamento dalla casa, non sono dei deterrenti. Tutto nasce dal cortocircuito mentale, affettivo, psicologico che rende la vittima la causa e il luogo di tutte le mancate soluzioni affettive del soggetto. Quando si verifica un’invasione del pensiero che si tramuta in ossessione, l’eliminazione dell’altro rappresenta l’unica soluzione possibile.

Quando si trattano temi importanti che riguardano il tessuto sociale ci vuole un rispetto preciso. Chi si occupa e si occuperà di questo tema deve essere consapevole dei limiti.
La legge non riesce ad introdurre il grande tema della patologia mentale. Il mondo stesso della psichiatria ha un po’ delegato ad universi ideali, senza essere concreta sulle nuove patologie. Colui che compie un femminicidio rappresenta una nuova e non vecchia patologia, anche se apparentemente uccidere una donna può essere ascrivibile alla gelosia, a un certo tipo di criminalità. Se c’è, in realtà, un’evoluzione o forse un’involuzione, dobbiamo interrogarci su questo tipo di comportamento che porta alla morte. La violenza sulle donne è un problema culturale, strutturale, antico e anche moderno in merito al quale ci si dovrebbe chiedere come si forma un’idea del rapporto uomo-donna. Se guardiamo gli strumenti di massa, se ascoltiamo i canali radiofonici, non sono che un imbarazzante ed ingombrante luogo di volgarità e di violenza che viene indirizzata verso certi tipi di atteggiamenti. Questa può rappresentare una premessa ideale.

Altro aspetto sono le opportunità. La scelta del tema del mio intervento è connessa alla possibilità, a mio parere, di sostenere la perdita, anche dentro al grande dolore, al trauma, a tutta una serie di situazioni gravi che incidono sulla formazione psicologica, psicofisica di un soggetto che è in una fase di crescita.

Bowlby tratta con dovizia tutte le fasi che riguardano l’attaccamento e la perdita nei confronti della figura materna. Rifacendosi al pensiero freudiano, Bowlby sostiene come sia diffusa l’idea che il bambino dagli zero ai quattro anni non abbia una percezione reale di mantenimento del dolore. Vi è una tendenza idealizzata che il bambino possa dimenticare, ricostruire, sanare, in virtù del fatto che non possiede una concezione esatta di quanto stia accadendo. Tuttavia la percezione della perdita è presente sia nell’adulto che nel bambino.

Ulteriori passaggi dell’età evolutiva sono molto importanti per gli operatori, al fine di avere una preparazione adeguata. Conoscere tali fasi, significa capire cosa succede nella percezione cognitiva di un bambino di due-tre anni, che cosa vuol dire per lui la scomparsa della figura materna. All’interno del percorso evolutivo, il bambino vive delle fasi di abbandono, quando la madre è assente o si allontana per un periodo non brevissimo di tempo. È sulla coscienza, sulla consapevolezza di come funzionano le tappe evolutive e di come funziona la psiche di un bambino che possiamo capire cosa gli succede in una fase traumatica di queste dimensioni e quali sono gli strumenti e le possibilità che possiamo mettere in atto (sia nell’adulto che nel bambino). Questo è possibile se si comprende quali sono le zone di sofferenza che si formano nella psiche in età evolutiva.

Oggi esiste una sottovalutazione culturale, non scientifica e non avvalorata da nessun tipo di ricerca ma che circola nella cultura sociale ampia, secondo cui la presenza o meno della madre o del genitore, nei primi anni di vita del bambino, sia quasi irrilevante. Questo sapere comune è molto grave se pensiamo alla sofferenza che un bambino prova di fronte alla perdita della presenza della madre, che non muore, ma è comunque assente. Ne è un esempio coppie che decidono di lasciare il bambino una settimana-dieci giorni ai nonni per andare in vacanza, senza rendersi conto del trauma e del dolore che un bambino prova nella perdita, anche se momentanea, della madre.

Questa premessa serve a comprendere che un trauma di queste dimensioni è il punto di arrivo di una situazione di violenza e aggressività che il bambino vive quotidianamente. Se non capiamo che l’omicida ha in testa di eliminare la donna perché la sua eliminazione è funzionale a ridurre l’angoscia del suo stato mentale e se non capiamo che la limitazione giuridica o comunque legale, non può cambiare questo tipo di soggetto, non lo fa arretrare, non compiamo un passo in avanti per entrare nel merito di questo tema. Risulta banale la necessità di formare ed avere gli strumenti educativi. Formazione non significa sapere tutto quello che accade nozionisticamente ma consiste nell’aver compiuto una serie di passaggi nella propria mente, ovvero si è consapevoli di ciò che si andrà a trattare. La competenza nozionistica non risolve il problema della gestione della relazione, che è un aspetto molto più ampio. Le forze dell’ordine non mettono in gioco le loro sovrastrutture: cosa pensano veramente dell’amore, della denuncia, dell’aggressività, della violenza. La tendenza a minimizzare è uno dei presupposti che ha creato, nel corso della storia di questo tema, tutta la gravità e l’epilogo a cui siamo abituati. Non c’è una vera e propria coscienza, ma una sorta di rimozione, la volontà di dire “si è grave, ma comunque non è possibile” oppure “è stato avvisato, allontanato, non può compiere un atto di quel genere”. Questa è una sottovalutazione della struttura mentale del soggetto.

Da contesti, come questo convegno, devono emergere delle iniziative. Occuparsi di questi bambini significa comprendere le risorse di cui hanno bisogno, capire cosa il trauma provoca in loro e quali possono essere le soluzioni. La soluzione non consiste nell’eliminare il trauma. Non dobbiamo pensare che il dolore si supera psicologicamente perché lo dimentichiamo. Il dolore non si dimentica se ciò che si è vissuto è talmente forte, profondo da cambiare radicalmente la propria vita. Per un bambino la perdita della madre è un evento terribile, anche se spesso questi bambini hanno perso molto prima la fiducia nell’adulto. I bambini che vivono in un contesto di violenza sono bambini silenziosi, abituati a nascondersi in vari posti, sotto il tavolo, a fare silenzio, a non disturbare, in modo che l’altro non si accorga.

Inoltre il bambino spesso prova un forte senso di colpa per non aver protetto il familiare e si sente incapace di gestire la situazione. Aver visto, ma non aver agito. Il meccanismo di non farsi vedere c’è anche nelle famiglie dove il padre è alcolista, tossicodipendente o usa la violenza fisica. Ci sono anche madri con mani piuttosto “pesanti”; non dobbiamo pensare che il territorio della violenza, della mancanza di rispetto del bambino, del disconoscimento del suo valore sia esclusivamente maschile. Siamo in un’epoca (anni 2000) in cui utilizziamo ancora mezzi di relazione che sono tribali, come la sottomissione, il disconoscimento del valore dell’altro, l’umiliazione. Questi ultimi sono aspetti che provocano maggiormente una problematica psicologica, anche in una famiglia con tipologie non necessariamente legate al femminicidio. L’umiliazione spesso è presente, ovvero non dare valore ai sentimenti presenti. Bowlby spiega che al bambino in queste situazioni (quando la madre muore) viene chiesto spesso di non piangere, una rinuncia alla propria emotività che spesso sono la base di tutte le derive patologiche nella sopravvivenza psichica del soggetto. La violenza pone altre problematiche come la perdita di fiducia nell’adulto. Il bambino pensa che l’adulto/genitore sia la sua zona di protezione. Si rivolge alla madre come luogo di contenimento, di addestramento alla vita, di appagamento delle libido.

Se si entra a contatto con il dolore si incontra la possibilità di conoscerlo, elaborarlo e soprattutto gestirlo. L’aspetto negativo insorge quando si vuole rimuovere o sostituire il dolore. Purtroppo non è possibile guarire da dolori profondi e devastanti perché compensiamo o facciamo progetti. Si tratta di un lavoro di ristrutturazione della parte scompensata (“ristrutturazione dell’io”), per sanare le lacerazioni derivanti dalla storia personale del soggetto, per poi creare una seconda vita, una seconda possibilità. Chi ad esempio perde la madre, anche per eventi non traumatici, spesso si accanisce contro la memoria di essa, che lo ha abbandonato, come se la morte fosse una sorta di punizione.

I bambini che subiscono un trauma di violenza e uccisione di un genitore, spesso sono presenti a queste situazioni, a volte riescono a salvarsi, in altri casi invece assistono alla morte. L’arma di cura è consentire al bambino la possibilità di piangere, di entrare nel suo dolore, questo gli permette di riconoscere ciò che gli sta succedendo. Spesso i bambini non sono abituati ad avere un loro riconoscimento. Il riconoscimento avviene nei primi giorni di vita: lo sguardo durante l’allattamento è la prima fase che dà al bambino la garanzia e la sicurezza di essere accolto. L’accoglienza consente la formazione dell’identità e fornisce gli strumenti per costruire l’affettività.

Per i bambini che subiscono una violenza così drammatica, dovremmo interrogarci su chi si occuperà di loro, è importante che non stiano nella stessa casa. Dobbiamo interrogarci anche sul ruolo dei nonni. Chiederci se sono adeguati, che dinamiche hanno sviluppato? Che strumenti di comunicazione danno? Se quel genitore ha costruito una personalità così complessa, patologica, che sia il violento o la vittima, dobbiamo interrogarci se hanno gli strumenti.

Ci vorrebbe un atto di coraggio estremo per mettere in discussione tutte le figure come sociologi, psicologi, legali, assistenti sociali che devono essere potenziate con nuove competenze, con una formazione specifica. Bisogna indagare il loro vissuto rispetto alla violenza, altrimenti nel momento in cui bisogna gestire il dolore non si è in grado. Se non si sono costruiti gli strumenti è difficile saper gestire il dolore: l’importanza di costruirsi l’emozione e non vivere dentro l’emozione dell’altro. Non bastano solo la buona volontà, la passione o i segnali.

La rete familiare non funziona perché si vive in una realtà monotematica (una-due persone al massimo all’interno di una famiglia, non ci sono relazioni con gli altri). Il mondo di Internet ha impoverito ulteriormente la possibilità di avere una rete di sostegno. La donna che arriva a denunciare e a decidere di difendere la figliolanza è già un soggetto che ha maturato una propria coscienza di sé. Invece, all’interno di altre storie drammatiche che accadono, vi è una visione narcisistica della vittima stessa: che non ascolta, non protegge la figliolanza. In questo caso sono bambini che sono già stati abbandonati precedentemente.

Ritengo ci possa essere un’elaborazione del lutto, l’individuo ha le risorse psicologiche per affrontarlo. Ci sono state situazioni terribili nella storia dell’umanità e l’umanità ce l’ha fatta. Adesso si vive in contesti estremamente precari, in cui non ci sono regole sociali e una solitudine del soggetto che cerca di fare quello che può. Vi sono situazioni di buona volontà, come i figli accolti dalla famiglia Calì, ma purtroppo queste piccole realtà non sono sufficienti.

 

Le difficoltà dell’adolescente e l’esperienza di perdita
Relatore: Professore Gustavo Pietropolli Charmet

Provo a dire due parole di quanto ho compreso sugli orfani speciali che derivano dalla morte volontaria della madre. Per alcuni anni ho diretto e lavorato in un centro case-centre che ospitava adolescenti reduci da importanti tentativi di suicidio, ne abbiamo incontrati 800 nel giro di 8 anni grazie al finanziamento di un benefattore completamente rovinato dal suicidio del figlio maschio, che ha messo a disposizione una cifra importante per cercare di comprendere questo fenomeno ed evitare che altri padri subissero la sua stessa sorte.

Ad un certo punto hanno cominciato ad affluire al centro non solo i genitori dei figli suicidi ma anche i figli di un genitore (mamma o papà) che si era suicidato. I dati che abbiamo raccolto mostrano come per i figli, i partner, le persone che hanno avuto una relazione significativa con la persona deceduta sia importante cosa sia successo, perché il più delle volte il suicidio è del tutto imprevedibile. Questo aspetto rende il fenomeno del suicidio radicalmente incomprensibile e diviene una delle caratteristiche fondamentali del dolore del sopravvissuto.

Dietro a questa domanda sorgeva una domanda personale, profonda e dolorosa che regala al dolore del sopravvissuto una caratteristica specifica: anche se la vita era deludente io pensavo di essere una ragione sufficiente per la sopravvivenza, la qualità della relazione che avevo con la mamma o le regioni che la mamma mi documentava della sua presenza nel mondo mi sembravano più che sufficienti, allora perché ha rotto il patto segreto secondo cui staremmo stati in vita insieme per sempre?

A questa domanda terrificante bisogna dare una risposta, che è complicata. Spesso il suicidio da fantasia diventa progetto e da progetto a comportamento man mano che il soggetto toglie importanza al mondo che lo circonda e alla fine si ritrova a concludere che le numerose o quello che resta delle relazioni con le altre persone non è sufficiente, sono rapporti superficiali; in fondo non ha un vero legame, nessuno lo lega al patto, alla costruzione di un progetto futuro che era stato co-progettato e che avrebbe potuto realizzarsi se i legami avessero funzionato.

È necessario raccogliere questa domanda dell’orfano speciale reduce dal suicidio di una madre e cercare di dare una risposta che rappresenti non la soluzione radicale del problema ma che lo formalizzi, lo socializzi, che possa diventare un pensiero consapevole: “Io evidentemente per la mamma non sono stato una ragione sufficiente perché lei proseguisse con la sua vita”, “la mamma era malata e quindi la sua decisione di togliersi la vita non era volontaria, me l’ha portata via non l’assenza del legame ma la malattia”.

Questo tema è molto presente nei numerosi interventi nelle classi dei ragazzi dove un compagno si è impiccato, a volte a scuola. Potete bene immaginare la tempesta emotiva e la confusione che regnano in aula dove uno dei protagonisti ha deciso di togliersi la vita senza avvertire, a volte dicendo: “ci vediamo domani a scuola”. Quando i ragazzi riescono a mettere in conto tutto questo alla malattia, il suicidio non diventa un atto volontario. Se invece risulta l’epilogo di un gesto programmato e volontario bisogna saper dare una risposta ai giovani coetanei.

Nel corso di questi interventi è risultato come il dolore e la sofferenza provenissero dal bisogno di capire perché la madre avesse rinunciato a quel pezzo di futuro fondato sulla convivenza, sulla condivisione. Questo futuro senza di lei risulta molto difficile da vivere ed è necessario trasformarlo in un presente ri-simbolizzato. Secondo molti giovani adulti con cui ho avuto occasione di discutere di questa faccenda, rispetto al giorno del trauma, avevano recuperato molto precocemente insieme agli altri componenti della loro famiglia il valore della normalità, avventandosi sul presente e normalizzandolo il più possibile, in modo da poter contenere il passato e il ricordo della madre e insieme di anticipare brandelli di futuro senza la presenza della madre.

Questo passaggio risulta fondamentale per la crescita psichica di questi soggetti. Fin dove si estende il potere del dolore, del vuoto, della perdita, e con cosa è possibile colmarlo? Se non con un ordinato procedere nel presente che lo arreda e lo fa diventare in qualche modo simbolicamente evocativo di una presenza protettiva, in grado di contenere anche la possibilità di pensare un futuro senza, un futuro da orfano speciale.

In altri casi lo Stato ha ritenuto che la mamma fosse inadeguata a prendersi cura del figlio, per cui ha tolto la potestà genitoriale e ha messo il bambino in comunità. Il potere del governo, in queste precise dinamiche familiari, si collega all’orfanezza. Questi bambini sono anch’essi orfani speciali perché sono rimasti senza mamma. Che fine ha fatto questa mamma nel loro pensiero? Una mamma cattiva, incapace di curare e di garantire sicurezza e avvenire?

Io sono un cantore dell’assoluta necessità di stanare la madre nascosta e di ripresentarla al bambino, se possibile nella sua fisicità e realtà, altrimenti attraverso il discorso, la parola, la condivisione di pensieri e ricordi intorno alla mamma. Dare la possibilità alla madre di credere nel progetto comunitario. A mio avviso il vincolo etico con la madre nascosta ha una forza preponderante rispetto al vincolo molto più lieve, attendibile e duraturo, stabilito con la comunità, il suo progetto, con gli educatori etc. Nessun giudice terreno può sancire la separazione tra una madre e un figlio se non sono maturate le condizioni, gli affetti, i bisogni, le capacità e le competenze del figlio di riuscire in qualche modo a separarsi dalla madre.

Con gli orfani a cui è morta la madre si può decidere di parlare o meno di questo tema, tuttavia la mamma conserva una presenza che abita e che circonda la mente del bambino. Spesso gli educatori sottovalutano questo fattore e ritengono che sia possibile creare una madre artificiale o affidataria, sostituendo la madre nascosta. Tuttavia, per la mia esperienza, ho potuto osservare come i bambini tengano in vita la loro madre nascosta, silenziosamente, perché capiscono che non se ne può parlare, non vedono la disponibilità nella mente degli adulti di un discorso così importante.

Infine gli adolescenti dispongono della spinta creativa ed espressiva, è legata alla loro età. Qualsiasi adolescente lavora sul processo di separazione dalla mamma, mentre si separa la tristezza per la perdita dell’idealizzazione dei genitori della sua infanzia funge da molla per divenire l’artista che ricrea l’oggetto perduto, la madre. Gli adolescenti hanno un’altra risorsa fondamentale, gli amici. Menti che sono in collaborazione nel progetto di crescita, funzionale al progetto evolutivo della realizzazione del soggetto.

 

Associazione Insieme a Marianna: il racconto della loro storia familiare
Relatrice: Sig.ra Paola Calì

Moderatrice: Dott.ssa Francesca Visentin
Terribile ma allo stesso tempo positiva la storia che adesso andremo a conoscere: è qui con noi Paola Calì che con il marito ha adottato tre bambini orfani di femminicidio. Paola, lei aveva già due figli, più un altro figlio di suo marito, quindi una famiglia strutturata in cui improvvisamente sono entrati questi tre bambini molto piccoli che arrivavano da una storia di grandissima sofferenza. La mamma Marianna, cugina del marito di Paola, è un caso famosissimo di cronaca perché Marianna è stata ammazzata a coltellate dal marito dopo 12 denunce fatte ai carabinieri. Marianna aveva denunciato una volta al mese, dodici volte, quindi per un anno ed era sempre stata rimandata a casa con poco più di una pacca sulla spalla. Lei si sentiva in grave pericolo di vita tanto che girava sempre con qualcuno, nel momento in cui è stata ammazzata era con il padre, che infatti è stato gravemente ferito anche lui.

Paola Calì racconta qui la sua storia non facile. È stato un percorso molto difficile e faticoso, senza nessun tipo di aiuto pratico ed economico. Prima di iniziare credo che Paola voglia farci entrare nella storia della sua famiglia attraverso alcune immagini di un film che la Rai ha girato sulla loro storia, intitolato “I nostri figli”.

 

Relatrice: Sig.ra Paola Calì

Abbiamo ricevuto la telefonata che Marianna era stato uccisa il 3 Ottobre e in poche ore abbiamo dovuto decidere se prenderli in affido o lasciarli in una casa famiglia in Sicilia e noi abbiamo deciso di portarli a casa nostra. Siamo andati a prenderli nella scuola che frequentavano giù in Sicilia.

Moderatrice: Dott.ssa Francesca Visentin
Come avete visto da queste immagini, a questo padre violento il giudice aveva deciso di affidare i bambini quando la madre era ancora in vita. Hanno vissuto in una casa in condizioni di degrado e fatiscenza. I bambini avevano un atteggiamento molto sprezzante e aggressivo ed erano contro la loro madre poiché il padre gli aveva convinti che fosse una madre cattiva che li aveva abbandonati.

 

Relatrice: Sig.ra Paola Calì

in poche ore abbiamo dovuto decidere se prendere questi bambini ed è stata una scelta presa con il cuore, ho pensato ai miei figli e ho pensato che se la cosa fosse successa a loro avrei voluto che qualcuno se ne prendesse cura e non una casa famiglia o i servizi sociali. All’inizio i bambini dovevano stare con noi solo qualche mese per cui quando sono venuti a Senigallia non avremmo mai pensato che potessero integrarsi cosi bene nel posto, nella mia famiglia. loro vivevano in mezzo a una strada. Con loro ho dovuto iniziare tutto da capo; non sapevano lavarsi i denti, le mani; il piccolino non sapeva camminare bene nonostante avesse 3 anni perché aveva vissuto fino a quel momento in un box. Li viveva, mangiava e faceva tutti i suoi bisogni. Questo perché il padre era un tossicodipendente che comandava la sua famiglia di origine. I bambini sono stati maltrattati. Quindi questi bambini hanno vissuto un anno molto brutto, quando li abbiamo presi loro sapevano che la loro mamma era morta in un incidente stradale. Quando sono arrivati a casa nostra, all’inizio ci hanno dato molto da fare, ci mettevano ogni momento alla prova. Mio figlio mi guardava sconvolto e mi diceva “adesso, come te la cavi?”. Erano stati addomesticati da subito, dal loro padre, a odiare le donne. Non mangiavano una caramella se aveva la carta rosa, una sera hanno buttato sotto il tavolo la cena che avevo preparato. Un giorno ho preso una decisione un po’ drastica, non ho preparato la cena solo per loro tre. I bambini sono arrivati ci hanno visto a tavola e io ho detto “voi che siete uomini e siete bravi a fare tutto potete andare in cucina a farvi la cena”. Sono stata malissimo però ha funzionato. I bambini il girono dopo hanno cambiato completamente il modo di fare con me. Io non ha mai voluto trattare loro in maniera diversa dai miei figli, perché dovevano essere bambini come tutti gli altri. Volevo che a scuola fossero bambini come gli altri; ho avuto tanta collaborazione dai genitori dei bambini. Fino a una certa età i bambini sono cresciuti senza sapere che la loro madre era stata uccisa. Quando sono cominciati a crescere e iniziavano ad andare su internet ho capito che era importante parlare con loro di questa cosa. In un momento, forse inopportuno, di rabbia in cui uno dei tre aveva rubato in un negozio gli è stato detto questa cosa. Abbiamo fatto loro la proposta di volerli adottare e i bambini erano molto contenti. La parte più dura sono stati i primi 3-4 anni, perché ogni tanto avevano questa aggressività che tiravano fuori. Quando li ho presi avevano 3, 5 e 6 anni. Quello che più mi ha fatto male all’inizio quando sono arrivati a casa nostra era il fatto che loro odiassero la madre; ho cercato di capire i motivi: giustamente, il loro padre odiava cosi tanto la loro madre che il loro odio era comprensibile. Ancora adesso, hanno capito cosa ha fatto il padre pero non sono ancora riuscita a capire se loro sentono la mancanza della loro madre. Quando hanno visto il film per intero a Roma ho visto il più grande che ha pianto e penso che questa cosa gli abbia fatto molto bene.

 

Discussione generale e Chiusura dei lavori
Relatore: Professore Diego De Leo

La domanda che viene rivolta in queste occasioni è: “che motivazione avete, voi di De Leo Fund? Perché organizzate questi convegni” Perché gli argomenti trattati sono difficili, sono speciali. Spero che questa giornata abbia instillato in alcuni di voi il senso della motivazione, dell’urgenza di fare le cose in risposta al problema che abbiamo trattato oggi con preparazione, in un atteggiamento qualitativo e quantitativo diverso.

Dobbiamo essere di più e più pronti per antagonizzare violenze che non sono accettabili e che purtroppo continuano ad accadere. Forse il mondo di domani sarò un mondo, per i meno giovani, più duro, più violento, più difficile da abitare. Proprio per questo dobbiamo equipaggiarci in modo appropriato alle richieste contemporanee. Una di queste è la comprensione, che risulta difficile -soprattutto in argomenti come quello trattato oggi -. E del resto è già difficile capire il lutto se non lo si è provato: rischia di rimanere un concetto astratto, non si sa che cosa sia, al di là della pura perdita fisica di una persona. Immagini sia poi una perdita fisica da cui dopo un periodo di tempo ci si riprende.

Capire la violenza è ancora più difficile, perché si immagina che si tratti essenzialmente di una lesione fisica, mentre la parte emozionale legata ad essa potrà facilmente passare permettendoci continuare a vivere.

Oggi abbiamo parlato della gestione di qualcosa che invece rimane permanentemente. In questo periodo, assito due pazienti, di 40 e 50 anni, la cui madre è stata assassinata quando erano piccoli: avevano 6 e 9 anni rispettivamente, Sono miei pazienti oggi. Questo significa che non sono riusciti a superare i loro traumi, a non passare per i figli dell’assassino, dell’assassinata, a sentirsi diversi, discriminati. È difficile per queste persone gestire una giornata senza ansia, senza inquietudine; Vi è ancora in loro l’incapacità di trascorrere una notte tranquillamente. La caratteristica dominante di queste persone è l’atteggiamento di manifesta apprensività per quello che potrebbe capitare loro. Questa inquietudine ha radici profondissime, che credo non si modificheranno più.

Dobbiamo aver ben presente la possibilità di situazioni come quelle descritte ed equipaggiarci in modo per poterle affrontare, tenendo conto delle conseguenze permanenti. Nondimeno, dobbiamo pagare ogni sforzo possibile per favorire il superamento del trauma e far rinascere la speranza in un futuro ancora possibile.

Italiano